La Basilica di Zuglio nasce tra la fine del IV e l'inizio del V secolo d.C., in un periodo in cui il cristianesimo si stava consolidando nelle regioni alpine. La sua posizione, ai margini dell'antico Forum Julium Carnicum, la colloca lungo una delle principali vie di collegamento tra Aquileia e il Norico.
La pianta a croce latina, i pavimenti musivi e la presenza di tombe nelle aree circostanti indicano un edificio di culto importante, probabilmente legato alla comunità cristiana locale e ai primi vescovi della regione.
In base alle descrizioni di Giovanni Gortani, i resti sono quelli di un'aula rettangolare a una sola navata di 25,40 x 11,30 m con l'asse maggiore da est a ovest. I muri presentano uno spessore variante dai 50 ai 60 cm e sono rafforzati esternamente da sei contrafforti distanziati regolarmente a circa 3,25 metri l'uno dall'altro. Questi dovevano sostenere le travi principali del tetto, del quale non è rimasta traccia, ma che molto probabilmente era di legno. La facciata principale doveva essere quella volta a ponente verso la montagna, dove è ricavata una porta larga 1,60 m e un po' spostata dal centro. L'altra estremità dell'aula è circondata da quattro locali accessori che le fanno assumere una forma a croce latina, dandole una lunghezza complessiva di 30,40 m. Questi locali costituivano molto verosimilmente il diaconicon e la protesis tradizionali. Internamente, nella parte estrema dell'aula ad est, si trova un emiciclo dal diametro di 5 m, i resti del banco per il clero del Synthronos.
Quando Giovanni Gortani mise in luce le rovine della basilica, emerse un edificio di straordinaria importanza architettonica. La ricerca dei dettagli rivelò una struttura ben progettata, con elementi che la collegano direttamente ai modelli costruttivi di Aquileia, il grande centro cristiano dell'epoca.
La basilica presenta una pianta rigorosamente simmetrica a forma di croce latina. L'aula principale misura 25,40 metri di lunghezza per 11,30 di larghezza con una sola navata. L'asse maggiore è orientato da est a ovest. Questa geometria non è casuale: riflette i canoni dell'architettura cristiana paleocristiana, dove la forma della croce è simbolo della fede e della redenzione.
La navata principale era dominata da un emiciclo, una specie di tribuna a ferro di cavallo, dove era il banco per il clero del Synthronos. Questo elemento rappresentava il luogo più sacro, dove il sacerdote celebrava la liturgia di fronte alla comunità dei fedeli. L'emiciclo misurava 5 metri di diametro e 5,10 metri di apertura alla bocca, testimoniando l'importanza della comunità che vi si riuniva.
Il pavimento mosaico è suddiviso in tre zone distinte, ciascuna con un design unico. La prima zona, lunga 5,20 metri, raffigura grandi stelle a otto raggi intersecate da losanghe e dal celebre "Nodo di Salomone". La seconda zona presenta circoli e losanghe più minute con motivi ornamentali. La terza, la più complessa, mostra un reticolato di rombi con rosette e grandi quadrati contenenti i nodi di Salomone in forma rettangolare. Questi motivi non sono semplice decorazione: rappresentano concetti filosofici e religiosi profondamente radicati nella cultura tardoantica.
I muri circostanti, dove ancora soverchiavano il pavimento, conservavano due strati d'intonaco: l'inferiore giallognolo con larghe strisce bianche, il sovrapposto rossastro con venature d'amaranto. Nei calcinacci caduti si poteva argomentare che più in alto le tinte passavano all'azzurro e al bianco con linee variate, fogliami, e qualche indizio d'opera a grafio. Gli stessi colori armonizzavano sempre con quelli dell'attiguo mosaico, creando uno spazio profondamente suggestivo.
I muri, costruiti in opus incertum (tecnica romana caratterizzata da pietra irregolare), raggiungevano spessori di 50-60 centimetri. Esternamente erano rinforzati da sei contrafforti (aggetti) distanziati regolarmente a circa 3,25 metri l'uno dall'altro, sporgenti all'infuori da 50 a 55 centimetri. Questi rinforzi non erano meramente strutturali: rappresentavano una scelta estetica consapevole, creando un ritmo visivo sull'intera facciata. La porta principale, larga 1,60 m, era angustamente posizionata, suggerendo che la chiesa fosse frequentata da una comunità devota ma non particolarmente numerosa.
Esternamente, presso l'unico ingresso trovato, si sono scoperte alcune tombe. La prima è stata rinvenuta sconvolta: non restavano che due lastre di pietra di lunghezza ineguale con poche ossa sparse. Più oltre e ad una maggiore profondità apparve uno scheletro umano con un'antica chiave di ferro al lato. Altre tombe erano costruite con quattro lastre di pietra incassate nel terreno con una quinta per di sopra e uno strato di mastice in fondo. La presenza di croci scolpite sulle tombe testimonia la fede cristiana della comunità.
Uno dei dettagli più affascinanti è la scoperta dei segni dell'incendio che distrusse la basilica. Ovunque si osservavano carboni diffusi, marmi calcinati che si sgretolevano come sale, lastre di vetro affumicate, ribollite e contorte dal calore. Quella che storici come Liruti e Grassi avevano erroneamente attribuito al "rabbioso martello dei barbari" era in realtà l'opera della distruzione tramite fuoco. Non fu l'azione dei barbari, ma piuttosto il fuoco che consumò l'edificio, probabilmente durante le invasioni del VII secolo. Questo incendio preservò ironicamente i dettagli architettonici, proteggendoli sotto le ceneri per oltre mille anni.
La ricchezza decorativa della Basilica di Zuglio emerge dai dettagli dei mosaici e dai reperti architettonici conservati. Questi frammenti raccontano la maestria degli artigiani tardoantichi e la qualità della costruzione. Ecco una selezione dei dettagli più significativi:
Frammento del pavimento musivo con motivi geometrici
Particolare dei nodi di Salomone e stelle geometriche
Sezione del mosaico con ornamenti e decorazioni
Elementi costruttivi e frammenti di marmo decorativi
Frammenti di basamenti e elementi decorativi in pietra
Sulla fine del 1873 e l'inizio del 1874 fu compiuta da Giovanni Gortani, insigne studioso di antichità Carniche, una scoperta straordinaria: quella dei resti di una basilica paleocristiana. Gli scavi iniziarono verso il 30 dicembre 1873, mentre si ricercava un sarcofago in un campo dove erano state già trovate alcune tombe. Si scoperse un mosaico, poi tracce di muratura, infine la pianta intera di un edificio di una certa vastità, posizionato a sinistra della strada, ad una ventina di metri dalla stessa, un po' prima di arrivare a Zuglio per chi viene da Tolmezzo.
I lavori di scavo interrotti nel gennaio furono ripresi nel febbraio e si potè rilevare la pianta dell'intero edificio. Per determinare l'epoca di costruzione, non si hanno altri elementi all'infuori della planimetria dell'edificio e da questa si può concordare nel porre la data d'erezione della basilica tra la fine del quarto e il principio del V secolo al più tardi.
La documentazione di Gortani, precisa e dettagliata, rappresenta ancora oggi una delle fonti più importanti per lo studio della basilica. Disgraziatamente, lo scavo della Basilica fu in gran parte novellamente ricoperto di terra quello stesso anno, e negli anni seguenti il sito fu utilizzato per attività agricole.
Con le invasioni degli Avari e degli Slavi nel VII secolo, l'antico centro romano subì un declino irreversibile. La basilica venne abbandonata e, nel corso dei secoli, ricoperta da strati di terra, detriti e attività agricole, scomparendo gradualmente dalla consapevolezza storica e dalle ricerche archeologiche fino alla sua riscoperta nel 1873.